Posted by Antonio Menna on ago 25, 2010 in
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Mi piglia una pigrizia nel sangue che mi schiatta in corpo. Galleggio placido come un canotto tra il balcone e la scrivania, apro il frigorifero, palleggio scalzo col super santos nel salotto, guardo sei minuti di film con totò, poi rainews24, poi gioco a basket sull’IPhone, poi mi affetto una pesca, e mi affaccio un’altra volta al balcone. In questi intervalli penso. Penso a tutto. Da Bossi alla pastiera. Mi parlo nella testa. Mi dico, da domani cambia tutto. Penso a tutto quello che devo cambiare. Da domani. Intanto non faccio niente. Ho una lista, ma non faccio niente. Voglio cambiare questo e questo e questo, nelle mia vita. Non posso continuare così, che penso penso penso, e non agisco. Basta pensieri, azioni. Devo fare assolutamente. Ma non faccio. Ho tante idee, cazzo. Straordinarie. Devo scrivere. Devo leggere. Devo proporre e propormi. Mangio un’altra pesca. C’è quel racconto, ce l’ho tutto in testa. Un libro, due libri. Stanno tutti qui, sento pure il suono. Devo solo sputare sul foglio. E’ tutto scritto. Scommetto che faccio sedici palleggi consecutivi con il ginocchio. Bevo un sorso d’acqua. Vado un po’ su internet. Devo “scannerizzare” tutti i pezzi che ho scritto. Li metto nelle cartelle, faccio un megafile e riscrivo il curriculum con tutti gli articoli. Piglio un poco d’aria, va. Mangerei un fottuto tarallo, adesso, vedi? Sti taralli. Con tutto quello che leggo in giro sui giornali, possibile che io non trovi uno spazio? Ma pure leggere le notizie sfigate delle undici a rainews24, che cazzo. Che ci vuole, l’arco di scienza? Il problema è proporsi, avere il coraggio di proporsi, relazionarsi, stringere rapporti, amicizie, chiedere, farsi avanti. Ti sei proposto tu? No. E che vuoi? Eh. Azz, si è fatto mezzogiorno. Tra poco mangio. Faccio una doccia, eh, una bella doccia fresca. Nientemeno ho scritto 3mila articoli, nella vita. Ovunque, su chiunque. Tutti nel cesso? Sì. Eppure, io ho le parole, lo so. Ho parole e suggestione. Ho ritmo, parole e suggestione. Se faccio venticinque palleggi consecutivi, questo è l’anno buono. Uno, due, tre. Io saprei come raccontarle certe cose. Saprei dirle bene, saprei dirle giuste. Quattro, cinque, sei. Una brioche, ecco. Sette, otto, nove. Ho in mente quel romanzo sul doping da due anni. Praticamente è scritto. Devo solo aprire il rubinetto. Mi piglia sta bastarda di pigrizia, le mani nel sangue, un nervoso. Dieci, undici, dodici. Ho due racconti in testa, praticamente fatti. Ma almeno mi mettessi a cercare il posto. Un concorso, una leccata di culo. Niente, non so fare un cazzo. Sono vent’anni che non so fare un cazzo. Tredici, quattordici, quindici. Potrei scrivere tutto, di tutti, su tutto, porca zozza, meglio di tutti. Adesso stai esagerando. Sedici, diciassette, diciotto. Se solo fossi nato a Milano. Proporsi, bisogna proporsi, avere il coraggio di proporsi. Ma a chi mi propongo? Mo’ esco fuori al balcone e mi propongo. Si leggono certe cose in giro. Ma certe cose. Diciannove, venti, ventuno. Solo che mi piglia questa indolenza, una mollezza della volontà. E poi per Mondadori non pubblico, è una questione di principio. Sticazzi. Ventidue, ventitrè, ventiquattro. Lo sapevo! Il supersantos infame mi scivola sul collo del piede e finisce sul quadro, mi allungo per il venticinquesimo palleggio e lo manco. Vaffanculo. Nemmeno quest’anno sarà quello buono.
Qui ci vuole una doccia, poi una frisella, poi mi riposo un po’, che mi sono stancato.
Posted by Antonio Menna on ago 2, 2010 in
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Due agosto 2010, ore 9.
«A Napoli, oggi, con la vostra macchina, non potete circolare».
«No?».
«No. E’ per lo smog. La vostra macchina è vecchia».
«Me ne torno indietro».
«Vi devo fare il verbale».
«Ma io non lo sapevo, torno indietro».
«La legge non ammette ignoranza».
«C’è una legge che vieta alla mia macchina di circolare a Napoli il lunedì mattina?»
«Un’ordinanza del sindaco».
«E l’ordinanza ammette ignoranza?».
«No».
«Scusi, ma non ci sono cartelli, non ci sono manifesti. Io come facevo a saperlo?»
«Non li leggete i giornali?»
«Dovevo saperlo dai giornali?»
«E poi ci sono i blocchi dei colleghi. Non li avete visti i vigili a Chiaiano?».
«Vengo dai Camaldoli».
«E siamo noi il blocco dei Camaldoli».
«Appunto, mi avete bloccato. Me ne torno indietro».
«Dobbiamo fare il verbale. Sono settantadue euro, avete sessanta giorni per pagare».
«Grazie, molto gentile».
«Da questo momento potete pure circolare. Se vi fermano i colleghi, mostrate la multa. Un’altra non ve la fanno».
«Adesso posso inquinare?».
«State parlando assai. Non avete lo specchietto, non indossate la cintura e vedo pure le gomme consumate. Sì nun ve stat zitt, va sequestr, a machin».
«…».
«Ecco il verbale, potete andare».
«Buona giornata».
«Comunque vi do un consiglio: se non lo volete pagare fate ricorso. Lo tenete un amico avvocato? Scrivete che avete accompagnato qualcuno al pronto soccorso. O che trasportavate un invalido. La multa ve la annullano».
«…».
Posted by Antonio Menna on lug 8, 2010 in
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Dissento dallo sciopero dei giornalisti contro la cosiddetta legge bavaglio. Dissento anche da questo appellativo. Trovo la proposta di legge del governo sulle intercettazioni sbagliata nella parte in cui questa vuole limitarne l’uso ai magistrati. Trovo, invece, che punire la pubblicazione di intercettazioni prima che sia conclusa l’indagine preliminare abbia un suo senso anche se non amo i divieti e preferirei un’autoregolamentazione.
In Italia, la cronaca giudiziaria è diventata un rozzo tiro al bersaglio. Un tempo era il racconto del processo, del dibattimento, con la giusta enfasi su accuse e difesa. I giornali mandavano ai processi le penne migliori. Le cronache giudiziarie duravano mesi. L’Italia si divideva in colpevolisti e innocentisti, segno che i media consentivano, con cronache equilibrate, punti di vista plurali. Seminavano dubbi, raccontavano fatti.
Cosa fa oggi la giudiziaria dei giornali? Pubblica atti di indagine preliminare dal solo punto di vista dell’accusa. Elenca sospetti, resoconta di stralci di telefonate, stila capi di imputazione. Lo fa mentre la difesa non si è ancora organizzata. Talvolta l’accusato apprende tutto dai giornali. Magari durante l’indagine preliminare chiarisce al Pm, spiega, produce elementi e alla fine, semmai, lo convince e viene prosciolto senza nemmeno andare al giudizio. Naturalmente i giornali ne daranno conto in misura minore perchè intanto sono saltati su un’altra indagine. E nella memoria pubblica resterà traccia di una indagine come fosse stata un processo. E di un proscioglimento come fosse stata una condanna. È giusto tutto ció? Io credo di no. I giornali dovrebbe fare autocritica, ridimensionare gli spazi concessi alle indagini, concentrarsi sul racconto dei processi, il vero luogo della giustizia. Purtroppo mi sembrano incapaci di leggere le proprie responsabilità. Il filone, evidentemente, è comodo. Oltretutto molti si spacciano per giornalisti d’inchiesta. In realtà non ne fanno. L’inchiesta giornalistica è ben altro che pubblicare stralci d’accusa di indagini preliminari. È scavo, conoscenzs. Dà essa impulso alla magistratura. In Italia, il giornalismo ha rinunciato a fare inchieste, a rinunciato a raccontare i processi, vive di una sorta di gossip giudiziario e così contribuisce a intossicare una vita pubblica e civile già difficile. Ecco perchè non condivido le barricate contro il presunto bavaglio, mentre aspetto ancora di capire per quale dannato motivo bisogna ridurre l’uso e la durata delle intercettazioni nelle indagini giudiziarie. Ma questo è un altro tema.
Tags: bavaglio, intercettazioni, legge
Posted by Antonio Menna on lug 6, 2010 in
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Essendo iscritto al Pd dalla sua fondazione ho partecipato al congresso del mio circolo, per l’elezione del segretario provinciale di Napoli e del segretario locale. Ne ho ricavato una sensazione di totale sconforto. Ho visto un partito patetico, intento a distribuire delegati a titolari di pacchetti di tessere, anch’essi patetici nel loro disputarsi morsi rancidi di posti che sostanzialmente non contano nulla. Ho visto un partito chiamato a scegliere tra tre candidati alla segreteria senza che si capisse da dove sono arrivati, chi sono, cosa rappresentano, che idea hanno in mente. Ho visto gente sostenerli senza un perchè, solo per obbedire a ordini di scuderia. Un rozzo meccanismo di autonomination, anche questo incardinato su pacchetti di tessere e pseudocorrenti.
Questo delle tessere è il punto che più mi ha amareggiato. In una politica normale la tessera ce l’ha chi si iscrive spontaneamente e liberamente a un partito e poi ad un congresso viene a votare scegliendo la proposta che considera migliore. Nel Pd che ho visto in questi giorni le tessere sono proprietà nominale di alcuni (35 lui, 26 l’altro) che hanno fatto iscrivere familiari, amici, clienti e sodali e li portano al voto e per questo chiedono posti bloccati per sé e altri. È un meccanismo vecchio, conosciuto. La Dc a Napoli tesserava anche i morti. Quello che mi ha sorpreso è di vederlo considerare normale dentro il Pd, un partito nato con l’idea di modernizzare la politica, di aprire spazi, di parlare nuovi linguaggi.
A giudicare da quello che ho visto siamo lontani anni luce da quegli obiettivi. Ho visto un Pd piegato a piccolo comitato di questioni personali e familiari, incapace di proposta, dibattito, innovazione, incapace perfino, nei suoi esponenti migliori, di dire no a certi giochetti, di ribellarsi, di affermare un ideale, un principio. Triste anche nello scimmiottamento di pratiche clientelari. Giocano con le tessere, avendone venti, cioè pochissime, ignari di essere così esposti alla scalata di chiunque e hanno la sola fortuna che i poteri forti snobbano il Pd perchè non conta. Si disputano un potere che nemmeno c’è.
Che fare di fronte a questo tristissimo spettacolo? Ce lo siamo chiesti alcuni di noi. Non so trovare una risposta. Mi sento abbastanza impotente. So solo che così non mi piace. Personalmente sono deluso: non è questa la politica in cui credo e ci sto a disagio, molto a disagio. Sono stato eletto più volte consigliere comunale e, se volessi, potrei fare anche io il mio pacchetto di un centinaio di tessere e così occupare spazi di protagonismo. Ma non mi piace questo mercato e lo rifiuto a priori. Forse non mi resta che prendere atto che un partito non è più il luogo giusto per la mia militanza civile. Un tempo, per me che ho amato, studiato e fatto politica da quando avevo 15 anni, era naturale esprimere la mia voglia di protagonismo civico in un partito. Probabilmente le cose sono cambiate. I partiti sono logori comitati di piccoli affari personali e familiari. Forse per dedicare parte del proprio tempo non lavorato alla collettività bisogna cercare altri luoghi del “fare”, altre forme di militanza. Certo, quando si vota, non posso che votare Pd perchè non ci sono alternative credibili. Un voto d’opinione, al simbolo, sulle grandi scelte. Ma per essere cittadini attivi del proprio territorio si puó anche militare altrove. Un’associazione, un comitato civico, un forum tematico. Amnesty international. Legambiente. Emergency. Oppure volontariato civico locale. Un luogo dove si pesano idee e motivazioni, si ragiona di cose e non di posti, si vive di idee e non di patetici clientelismi, da sottopotere senza nemmeno il potere. Oppure decidere di spendere il proprio tempo per sé, per le passioni più profonde, per gli affetti, per lo svago. Ritirarsi, semplicemente.
Tags: pd
Posted by Antonio Menna on giu 19, 2010 in
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Detenuto per 3 mesi nel carcere di San Vittore, fu uno dei pochissimi inquisiti di Mani pulite a ricevere solidarietà dall’ambiente esterno: lo rivelò il suo datore di lavoro Silvio Berlusconi raccontando che “quando il nostro collaboratore Brancher era a San Vittore, io e Confalonieri giravamo intorno al carcere in automobile: volevamo metterci in comunicazione con lui”.
Scarcerato per decorrenza dei termini , è stato condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito. Brancher non verrà condannato in Cassazione grazie alla prescrizione per il secondo reato e alla depenalizzazione del primo da parte del governo Berlusconi, del quale faceva parte.
Viene indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sullo scandalo dell’Antonveneta e la scalata di Fiorani: la Procura ha rintracciato, presso la Banca popolare di Lodi, un conto intestato alla moglie di Brancher con un affidamento e una plusvalenza sicura di 300mila euro in due anni.
L’onorevole è stato appena nominato Ministro per l’attuazione del Federalismo. In questo modo potrà beneficiare del legittimo impedimento e potrà rinviare il processo per appropriazione indebita in cui è imputato e dove avrebbe dovuto presentarsi il prossimo 26 giugno.
Ma cos’altro devono fare, questi, per farci aprire gli occhi?
Posted by Antonio Menna on giu 17, 2010 in
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“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. In Italia sembra ci sia l’oceano”.
Così ha detto Berlusconi all’assemblea di Confcommercio, rispetto alla difficoltà di fare le cose in Italia. Evidentemente si è reso conto che ormai è un politico di lungo corso. E’ “sceso in campo” nel 1994, sedici anni fa. Ha vinto tre volte le elezioni, ha fatto tre governi, ha avuto, per ultimo, una maggioranza bulgara. Ma non è mai riuscito a fare molto. L’Italia è la stessa di sedici anni fa, se non peggio.
Ecco il motivo: “non è colpa mia, è colpa dell’apparato dello Stato che non mi consente di fare le cose”. Per alcuni anni era stata colpa dei governi “comunisti”, poi è diventata colpa dei magistrati. Adesso, visto che le due tesi non reggono più, diventa colpa dell’apparato.
Troppo tempo per fare le leggi, troppi controlli, la Costituzione è vecchia. Il povero Berlusconi non riesce a cambiare l’Italia, come aveva promesso. Non perché non ne è capace ma perché è impossibile farlo con queste regole (che lui avrebbe potuto cambiare invece di dedicarsi a legittimo sospetto, a lodo Alfano, a legittimo impedimento, a intercettazioni, a riforma della giustizia).
E’ evidente che è una scusa, come quella degli studenti impreparati che danno la colpa alla malattia della nonna. Finita la guapparia del “ci penso io”, comincia il pianto greco del “non me lo fanno fare”. Il problema è che gli italiani ci crederanno: non perché sono stupidi ma perché l’ottanta per cento di loro si forma una opinione guardando i Tg.
Posted by Antonio Menna on giu 16, 2010 in
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Provo una infinita tristezza per la vicenda di Pomigliano. L’accordo – chiamiamolo così – che la Fiat ha sostanzialmente imposto ai lavoratori segna ben più che una intesa periferica per salvare un’azienda. E’ un modo nuovo, feroce, di essere padroni.
Padroni del mondo, direi.
Gli operai dovranno accettare otto ore di lavoro consecutive per diciotto turni settimanali con due sole pause di dieci minuti alla catena di montaggio, con lavoro notturno e di sabato e un giorno di riposo; con ottanta ore di straordinario notturno obbligatorio che l’azienda potrà chiedere quando vorrà senza concertazione; con la sospensione dell’indennità di malattia se questa dovesse superare una certa soglia; con la contrazione di diritti sindacali e col divieto di scioperare in alcune circostanze. Un colpo duro a diritti fondamentali che la classe operaia, in Italia, dalla Costituzione fino allo Statuto dei lavoratori, aveva ottenuto e che oggi cede, un pezzo alla volta, pur di salvare il posto. L’accordo (ricatto) della Fiat, infatti, è questo: se non firmate, me ne vado e vi lascio senza lavoro. C’è scelta? No. Prendere o perdere il posto. Ovviamente, non si può non prendere. Che fai, smantelli un tessuto produttivo di 5mila lavoratori, in tempi di crisi, e per di più al sud?
Non si può, quindi si piega la testa, lo fanno tutti: una politica ridicola che abdica a se stessa e prega gli operai di tenersi buono il datore sennò si arrabbia; un sindacato ormai inutile che o firma la sua derubricazione a centro servizi oppure è additato come colpevole dello smantellamento.
Tutti devono dire sì. E davvero non c’è l’alternativa. Ma fa rabbia, e infinita tristezza, questo ricatto del più forte: un po’ come la camorra quando viene a chiederti il pizzo. In questo caso, la rinuncia è a diritti fondamentali, al senso dell’umanità nel lavoro, a quella soglia che divide un uomo da una macchina, che già quando lavori ad una catena di montaggio sembra fragile, sottile, e che messa così è quasi una dannazione. Sarebbe meglio non averceli un cervello, e un cuore.
Il ricatto della Fiat è un apripista: verranno dopo di lei tutte le aziende a dire che se non si deroga ai diritti fondamentali (malattia, sciopero, riposo, turni) si chiude, si va all’estero. Del resto, sono già venuti prima, da altri frammenti del mercato del lavoro, a dirti che i diritti vanno piegati alla realtà della globalizzazione, la quale chiede, senza ipocrisia e con franca brutalità, ai lavoratori di diventare macchine per reggere la competitività. Lo hanno fatto con la flessibilità, con la precarietà, costruendo un mondo dove quando lavori, se lavori, lo fai ad un salario che non ti consente di vivere (meglio che niente, no?), in un luogo che magari non è il tuo, da dove magari dovrai migrare dieci volte, senza poter mai mettere radici, senza poter mai costruire rapporti umani, relazioni stabili, legami coi territori, svuotando così, di colpo, tutti gli istituti emozionali e sociali. Non c’è militanza politica se c’è precarietà; non c’è cittadinanza attiva se sei di passaggio; non c’è famiglia se non puoi prendertene cura con stabilità.
Non c’è umanità, sostanzialmente.
E questo stiamo diventando: una società senza umanità.
Ecco perché l’accordo-ricatto della Fiat fa una tristezza infinita: chi se ne frega se la Fiom firma o no. Non sono loro più il problema. L’accordo è fatto perché non c’è alternativa ma è il declivio dei diritti, la rupe dell’uomo come soggetto di emozioni, il crollo dell’idea del lavoro che ti migliora.
E’ ormai chiaro che nel mondo globalizzato, chi lavora, lo fa per avere il necessario a non morire. E guai a lamentarsene, ché c’è chi non ha nemmeno quel poco.
Tags: fiat, Lavoro, pomigliano, umanità
Posted by Antonio Menna on nov 7, 2009 in
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Posted by Antonio Menna on ott 24, 2009 in
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Ci ho lavorato con tigna. L’ho atteso come un figlio. E’ arrivato. Baciami molto, il mio romanzo, è in vendita. Qui accanto la bella copertina. A seguire la trama e un commento critico.
Comprare il libro è semplicissimo. Mandate una mail all’editore. Il libro vi sarà recapitato a casa in cinque giorni. Niente carte di credito. Niente spese di spedizione. Pagherete in contanti direttamente al postino solo il prezzo di copertina (quindici euro). Per chi vuole comprarlo in libreria lo trovate di sicuro presso la libreria Edicolè di Napoli (Calata Porta di Massa, Porto di Napoli), la libreria Evaluna di Napoli (Piazza Bellini) e la libreria Odradek di Roma (corso Vittorio Emanuele). In ogni caso qualunque libraio potrà ordinarlo per voi.
Che dire?
Sono fiero per il solo fatto che esista. Sulla qualità, non garantisco. Ne parleremo assieme, se vorrete, se lo leggerete.
Nelle prossime settimane saranno organizzate delle serate di presentazioni, alcune a Napoli, altre a Roma. Pubblicherò il calendario e vi inviterò tutti. Spero possiate partecipare.
la storia
Lucia Labruna aveva ventitré anni, i capelli rossi e gli occhi azzurri. Studiava legge, doveva dare l’ultimo esame ma non ha potuto. La sera prima è stata uccisa con un filo di ferro lungo quasi mezzo metro, sottile come una frusta. Strangolata nel cortile di casa al ritorno da una riunione politica. Era consigliere comunale. Chi l’ha uccisa? E perché? “Certi delitti si risolvono in 48 ore o mai più”: dice ai suoi uomini Antonio Ammaturo, vicequestore di Polizia, che preferisce essere chiamato commissario. Comincia un’incessante ricerca dell’assassino, con colpi di scena, cambi di visuale, improvvise accelerazioni. Un’indagine di precisione per un romanzo corale che scava nei sentimenti, si insinua nelle storie personali, disegna caratteri, analizza ogni dettaglio e consegna al lettore un mosaico suggestivo di personaggi, relazioni, alleanze, congiure, tradimenti. Baciami molto è un romanzo avvolgente come una ragnatela, un giallo profumato di quotidiano, che ti porta con sé in un viaggio senza tregua, con tante voci, una sola tensione e un finale struggente.
la critica
«Una cittadina dell’entroterra napoletano, solo apparentemente tranquilla, viene scossa da un delitto “diverso dagli altri”. È l’inizio di un giallo teso e ricco di colpi di scena che inchiodano il lettore. L’indagine è condotta da una figura di investigatore austera e tenera, che per uno scherzo del destino porta lo stesso nome, Antonio Ammaturo, di un poliziotto veramente esistito, eroe civile napoletano, ucciso a Napoli dalle Brigate Rosse negli Anni Ottanta. L’inchiesta, però, è solo un pretesto. Antonio Menna racconta, filtrandoli nella trama avvincente di un giallo investigativo, intrecci relazionali, amicizie vere e fasulle, tormenti, mascheramenti e una complessa, insidiosa lotta politica per il potere. Nel romanzo scorre la vita minima. Il male appare inevitabile. La polizia fa il suo dovere, non è arrogante ma mite. Né eroi né corrotti. Chi ancora crede in qualcosa rimane solo. L’amore è un bisogno e insieme un malanno. Una storia figlia della realtà che è cucita più che mai addosso a ognuno di noi. Un giallo sul potere che diventa un romanzo anche sentimentale, dai tratti tenui, nato da chi, pur dentro una vita che inesorabilmente inciampa, non vuole perdere la voglia di ribellarsi e, quindi, di sognare».
(Mariella Vernazzaro)
titolo:BACIAMI MOLTO
collana i quaderni di Cico
autore Antonio Menna
ISBN 978-88-95106-77-9
© ottobre 2009 - pp. 509 - € 15,00
http://www.cicorivoltaedizioni.com
Posted by Antonio Menna on ago 29, 2009 in
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Quattrocento allievi disabili. Questo il numero di corsisti che si propone di formare, tra settembre e dicembre, la cooperativa sociale “Città dell’Essere Onlus”. Un’opportunità che coniuga integrazione sociale e crescita professionale dei disabili al fine di rendere più agevole il loro inserimento lavorativo. Ampia l’offerta formativa, completamente gratuita, proposta: da grafico pubblicitario ad esperto Cad 2 e 3 D, passando per operatore interculturale ed addetto alla promozione turistica. Un’opportunità nevralgica se si pensa che in Campania, secondo dati Inail, i disabili ammontano a 58.585 unità di cui 48.585 sono uomini (83%) e 10mila donne (17%).
Di Tania Sabatino
Tre settembre: questo il giorno da segnare sul calendario, partiranno – infatti – i primi corsi di formazione completamente gratuiti rivolti a diversamente abili organizzati dalla cooperativa sociale “Città dell’Essere Onlus”.
Ben venti i tipi di corso proposti, studiati e strutturati con l’obiettivo di far acquisire ed implementare competenze effettivamente rispondenti alle attuali esigenze del mercato del lavoro.
Ampio il ventaglio di possibilità offerte: dal corso di office, che serve a preparare agli esami della Patente europea del computer, a grafico pubblicitario, passando per web master, web designer ed operatore Cad 2 e 3 D. Senza dimenticare competenza trasversali ad ogni impiego ed indispensabili nell’attuale panorama europeo come l’inglese di base e commerciale. O professioni emergenti come operatore interculturale, testa di ponte in un contesto sempre più multietnico, assistente agli anziani (entro il 2040 si stima che in Italia il 60 per cento della popolazione sarà anziana), organizzatore di eventi o operatore addetto alla valorizzazione turistica, figure professionali strategiche in un contesto come quello campano che presenta veri e propri tesori dal punto di vista storico-culturale.
Particolare attenzione viene poi posta alle nuove professioni del sociale: fundraiser (livello base ed avanzato), cioè l’addetto alla raccolta fondi, manager ed assistente manager, segretaria didattica sociale e progettista di enti no profit.
Venti corsi che miscelano sapientemente preparazione teorica e esercitazioni pratiche e che si svolgeranno dal lunedì al venerdì, di mattina e pomeriggio, per un totale di 80 ore.
In preparazione, poi, un serie di nuovi corsi incentrati sull’artigianato e sul recupero e la valorizzazione degli antichi mestieri.
“I corsi proposti – sottolinea Giulia Di Guida coordinatore didattico & Incentive – hanno un duplice obiettivo. Da una parte quello di far emergere le potenzialità dei soggetti coinvolti e far acquisire loro competenze specifiche. Dall’altra favorire il processo di socializzazione e di confronto relazionale, nonché di gestione costruttiva del tempo libero. Infatti, le persone diversamente abili, troppo spesso non vengono utilizzate come risorsa lavorativa o vengono sottoutilizzate, relegandole a ruoli residuali, con tutte le ricadute negative a livello sociale che ciò comporta”.
Un tempo libero che quindi cambi faccia e da tempo “vuoto” possa diventare tempo spendibile per la crescita personale e professionale.
La cooperativa sociale “Città dell’Essere” si pone un obiettivo anche numericamente importante.
Entro dicembre, infatti, si stima che verranno formati, per poi essere avviati all’inserimento professionale, circa 400 allievi.
Il 31 dicembre sarà poi il momento di un primo bilancio.
“A fine anno – spiega Giovanni Amoroso, presidente della Cooperativa Città dell’Essere – verrà definita la possibilità di nuovi bonus formativi e verranno strutturati nuovi tipi di corsi e di iniziative. Inoltre si deciderà il numero di allievi che si intende formare per il 2010”.
Cifre che appaiono importanti che si pensa che in Campania, secondo dati Inail, i disabili ammontano a 58.585 unità di cui 48.585 sono uomini (83%) e 10mila donne (17%).
Corsi che costituiscono un’opportunità non solo per i diversamente abili, ma anche, indirettamente, per le loro famiglie, soprattutto nel Meridione dove, secondo i dati, la gestione di tutti gli ambiti della vita della persona disabile è totalmente delegata al nucleo familiare, che spesso finisce per sentirsi isolato.
“Un’altra variabile nevralgica dei nostri corsi – ribadisce Amoroso – è la loro completa gratuità, una condizione che consente potenzialmente a tutte le persone diversamente abili di potervi accedere, godendo di concrete e qualificate opportunità formative”.
Infatti, sempre secondo le statistiche, quasi la metà delle persone disabili dell’area lancia un grido d’allarme, sottolineando di possedere risorse economiche scarse o assolutamente insufficienti a garantire una buona qualità di vita.
Per maggiori informazioni sui corsi attivati e su quelli in via di attivazione è possibile chiamare il numero 081-8531417 o mandare una mail richiedendo la scheda d’iscrizione, corredata dal proprio curriculum e dalla fotocopia della carta d’identità e del codice fiscale, all’indirizzo segreteriacorsi@cittadellessere.it. Allo stesso indirizzo è possibile inviare anche una candidatura spontanea, indicando la disponibilità a frequentare un corso diverso da quelli attualmente a calendario.
Un’occasione da cogliere al volo, dunque.
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